
LA COLIMBETRA |
Il Giardino della Colimbetra è stato affidato dall’11 ottobre del 1999 al FAI dalla Regione Siciliana per 25 anni. L’apertura al pubblico avvenne con l’inaugurazione il 9 novembre del 2001.
Si tratta di un vallone ampio cinque ettari stretto da due pareti di calcarenite, tra il tempio dei Dioscuri e il tempio di Vulcano, dove scorre un piccolo torrente e rimangono in una vegetazione lussureggiante tracce di un piccolo agrumeto.
E’ il sito della piscina (forse un vivaio di pesci) descritta da Diodoro Siculo nel IX libro della sua Biblioteca Storica , ampia 7 stadi e profonda 20 braccia dove sboccavano gli acquedotti feaci che nel V sec a.C. sotto il tiranno Terone appariva colma di pesci e in superficie di cigni.
E’ stata descritta anche da Ateneo come "una grande vasca del pericolo di 7 stadi, profonda 20 braccia, condottevi le acque delle fonti e dei ruscelli ne venne un vivaio di pesci per i banchetti e la allietavano cigni ed altri volatili; trascurata in seguito essa interrò"
L’identificazione del sito della Kolymbetra è stata oggetto di molti studi. Già il Fazello nel XVI sec. identificava il luogo nell’area degli orti della badia. Riferimenti alla Kolymbetra sono nell’opera del Pancrazi (1751), ma anche in testi di viaggiatori stranieri del 700 e 800.
L’ubicazione proposta dal Fazello è stata sostenuta dallo Schubring (1887) ed è oggi accettata dalla maggior parte degli studiosi.
Una passeggiata, scriveva l’abate di Saint-Non nel 1785 "in una piccola valle che per la sua sorprendente fertilità, somiglia alla valle dell’eden o a un angolo della terra promessa".
Più recentemente la Colimbetra è citata anche da Pirandello nel suo I Vecchi e giovani: …"In quel luogo ora detto dell’Abbadia Bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la pescheria, gran bacino d’acqua che si estendeva fino all’Hypsas e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città…….." e inoltre "…..restava di qua, scendeva con gli ultimi ulivi in quel burrone, gola d’ombra cineruela, nel cui fondo sornuotavano i gelsi, i carrubi, gli aranci, i limoni lieti d’un rivo d’acqua che vi scorre da una vena aperta laggiù infondo, nella grotta misteriosa di San Calogero…"
Nel fondovalle abbandonato per oltre 20 anni si trova un giardino ricco di diverse specie e varietà di tradizionali agrumi, interrotto da carrubi, gelsi, pistacchi, noci, melograni, banani, attraversato da un piccolo corso d’acqua bordato di canne e lungo il quale sopravvivono salici e pioppi e ai margini di esso ai piedi delle rupi calcaree sormontate da mandorli, olivi ed orti tradizionali, aspetti importanti della macchia mediterranea con monumentali esemplari di mirti, allori, lentischi, terebinti, lecci .
L’eliminazione della vegetazione infestante e delle discariche ha permesso di ridefinire l’originario contesto di impianto degli agrumi, di trovare tracce del sistema irriguo tradizionale (saie, gebbie, cunnutti, attraversamenti), di definire la trama dei muretti a secco che terrazzavano le pendici aumentando la superficie utile alla coltivazione e proteggendo il suolo dall’erosione.
Sono stai evidenziati ambienti intagliati nella roccia con presenza di materiali di età greca nel tratto antistante, lembi di latomie; veri ingrottamenti, dei quali rimane da accertare il significato o l’eventuale destinazione; uno di questi appare di notevole entità (forse chiesa rupestre).
Sono stai evidenziati anche dei condotti idrici. Pirro Marconi nel 1929 ricorda che i fianchi di questa infossatura sono forati da canali che giungono dopo avere attraversato la città e si possono contare a diversi livelli almeno 18 sbocchi di condotti, realizzati nel rispetto delle pendenze naturali del terreno.